II edizione del premio letterario “Andrea Maria Frassanito”: ecco i testi dei vincitori

Pubblicato il

Pubblichiamo con grande soddisfazione i testi dei due vincitori della II edizione del premio letterario “Andrea Maria Frassanito”. Si tratta di due scritti molti differenti; il primo, con un’impronta fortemente narrativa tipica della letteratura di viaggio, narra della leggendaria conquista del Polo Sud. Il secondo, invece, con un taglio più saggistico-filosofico, analizza le parole della poesia di Tennyson che hanno guidato l’edizione 2016 del festival Ciclopica e che costituivano anche il tema del concorso letterario: “Venite, amici miei, non è troppo tardi per scoprire un mondo più nuovo”.
 

Primo classificato: Giuliano Vinci, liceo Classico F. A. Gualterio di Orvieto (TR), classe II B.
 
Seconda classificata: Caterina Pasquini, liceo scientifico “M. Gandhi”, Narni Scalo (TR), classe I A
 
 
 
 
La conquista del Polo di Giuliano Vinci
 
 
Dalle memorie di Roald Amundsen
 
Da quando mi ero trovato a comandare la spedizione di De Gerlach provavo il desiderio di guidarne una tutta mia. Mi distinsi al comando della nave Gjöa, quando attraversai il passaggio a nord-ovest, ma avevo ambizioni maggiori. Inizialmente avevo pensato di partecipare alla corsa al polo nord, ma ebbi una brutta sorpresa: mentre ancora stavamo pianificando la spedizione, Peary e Cook raggiunsero il Nord, ognuno per proprio conto. Quando lo seppi provai un grande scoramento; di sicuro avrei continuato a vivere di esplorazioni, ma ora che il Polo era raggiunto niente aveva più senso; sentivo che sarei morto soffocato dalla mia ambizione, destinata a rimanere per sempre insoddisfatta. Accadde invece che mio fratello Leon avesse l’idea di rivolgere le prue a sud, verso l’Antartide. Sul momento ciò mi parve impossibile e temerario, dal momento che Scott era già in corsa per arrivare al polo Sud e che noi non eravamo preparati all’eventualità di dover percorrere un migliaio di miglia a piedi o sugli sci. Nel giro di un paio di giorni, tuttavia, iniziai ad apprezzare i risvolti positivi di questa ipotesi, tra i quali il fatto che Scott era inesperto e superficiale e che non si preoccupava dei tempi, visto che riteneva di non avere concorrenti. Io invece avevo accumulato molta esperienza nella spedizione di De Gerlach ed avevo la nave che era stata di Nansen, il mio più grande predecessore. Se fossi effettivamente riuscito a partire nel giro di qualche settimana al massimo – iniziavo ad esserne certo – avrei raggiunto il Polo per primo. Annunciai la mia volontà di cambiare rotta al capitano Nilsen e nei giorni seguenti parlai con gli investitori per ottenere maggiori finanziamenti. Comprai i cani e le slitte, pianificai la rotta e acquistai altri materiali per costruire il campo base; nel giro di un mese eravamo pronti a partire.
 
Ancora mi ricordo del giorno in cui la mia nave prese il mare da Oslo. C’era un vento fresco che gonfiò subito le nostre vele, conducendoci benevolo verso sud, su un mare placido e amico. In capo a qualche giorno, senza alcun inconveniente, giungemmo a Madera. Lì mandai il mio telegramma di sfida a Scott e, rinforzata la cambusa, tenni il mio discorso dapprima ai compagni di spedizione (Bjaaland, Wisting, Hanssen, Prestrud, Johansen) e poi alla ciurma. Salii sul cassero e mi schiarii la voce, pronto a veder la spedizione naufragare prima ancora della partenza, se gli uomini non avessero accettato il cambio di percorso.
 
«Marinai, gente di Norvegia!» dissi loro. «Voi avventurosi, che dalle vostre case sulle rive dell’Oceano avete voluto sfidare la sorte e salir su questa nave alla volta dell’estremo Settentrione,
devo dirvi che qualcosa è cambiato. Robert Edwin Peary ha raggiunto il polo nord pochi mesi prima della nostra partenza, e non ha più senso far vela in quella direzione. Vi chiederete, a questo punto, perché vi ho fatti imbarcare se la meta ci è stata tolta anzitempo. Così vi chiedete, e io vi risponderò; ma lasciate che incominci dal principio.
 
Sappiate innanzitutto che un giorno lontano, più di quattrocento anni fa, un uomo, il primo degli europei, superò le Colonne d’Ercole e giunse in America. Egli credeva di essere arrivato in India, ma si sbagliava. Il suo nome era Colombo.
 
In molti videro, dieci anni più tardi, che egli aveva scoperto un nuovo continente e dissero che era stato il primo ad arrivarci, il primo tra tutti. A lungo si credette ciò, ma non era vero niente. Più d’una cronaca dei nostri antenati vichinghi afferma, infatti, che essi giunsero molto a ovest della Groenlandia, nella terra di Vinland, abitata da uomini dagli strani costumi, simili però a quelli degli odierni pellirosse. Furono loro, dunque, ad arrivare per primi in America. Si credette, comunque, che la scoperta del Nuovo Mondo rendesse l’uomo dominatore incontrastato delle terre emerse, e che nulla più ci fosse da conquistare.
 
Un bel giorno, però, un uomo di nome Cook scoprì l’Australia, e gli uomini dovettero ricredersi. Ma da quel momento non abbiamo trovato nessuna nuova terra. Da allora gli spazi sulla carta hanno continuato a chiudersi, e presto non ci sarà più posto per gli esploratori come noi, che vivono del mettere inchiostro sugli angoli vuoti delle mappe. Eppure io vi dico – uomini, fratelli miei – che per noi non è morta ogni speranza. C’è ancora tempo, c’è ancora una via per conquistare un mondo nuovo! Se anche le carte sembrano piene, nessuno è mai stato più a sud di dove andremo noi ora, ve lo garantisco.
 
Compagni, amici, fratelli miei, noi ora andiamo a conquistare le sponde ed il cuore dell’Antartide, la bianca e lucente terra di Ross! Che il Signore ci salvi se osiamo varcare un limite posto da Lui, invalicabile, e ci conservi per sempre nella sua luce, se per primi la prendiamo ed in suo nome la conquistiamo.
 
Sciogliete le vele e dagli scalmi sperate, sperate sempre nella vittoria!»
 
Dopo un attimo di esitazione i nostri uomini applaudirono e diedero manifestazioni di grande giubilo. Prendemmo il mare quel dì al mattino, e facemmo rotta per l’Antartide.
Arrivammo nella bianca terra di Ross il 14 gennaio 1911, dopo mesi e mesi di navigazione. Passammo vari mesi a costruire Framheim, la nostra base, e al principiar della primavera australe eravamo pronti a muovere.
 
Io e gli altri compagni partimmo un mattino che ci pareva caldo, ma durante il viaggio sopraggiunse una perturbazione e fummo costretti a rientrare. Nonostante tutti quei bei discorsi, il Polo non era nostro amico e – ci parve in quel momento – neanche Dio.
 
Non ci perdemmo d’animo e decidemmo di ripartire al più presto. La mattina del 19 ottobre, riuniti 52 cani e quattro slitte, ricominciammo il nostro viaggio. Per giorni e giorni marciammo sotto un sole interminabile che spogliava la nostra anima e lasciava nudi i pensieri, nostri unici compagni nel percorrere quella landa infinita ed infinitamente desolata. Affrontammo il gelo ed il maltempo, l’estrema siccità dell’aria e la fame, uccidendo anche i cani pur di sopravvivere e pur di arrivare al Polo. Era il giorno 14 dicembre 1911 quando l’uomo raggiunse il luogo più impervio ed ostile della terra, deserto come il Sahara e freddo come solo il Polo poteva essere. Vidi il sole splendere sui ghiacci come un miliardo di torce luminose ed il ghiaccio che splendeva di quella gloria, il candore accecante di una terra vergine, mai vista né prima posseduta. Dopo quella visione potevo anche morire soddisfatto. Le miglia che ci separavano da Framheim passarono in un baleno e fummo presto al campo base.
 
«Com’era il Polo? Ci siete stati?» Ci chiese Henrik, il nostro cuoco, quando entrammo alla base.
 
«Sì, ci siamo stati. Era freddo. Freddo ma bellissimo».
 
 
7 marzo 1912
 
Ora sono di nuovo sulla Fram e in giornata arriveremo a Hobart, in Tasmania, dove spediremo il telegramma per annunciare al mondo il nostro trionfo. Da mesi non ho accesso ad un telegrafo e non so più niente né di Peary né di Scott. Non vedo l’ora di tornare in Norvegia, dove attendiamo di essere acclamati e celebrati come vincitori.
 
«Signor Amundsen, Hobart in vista!» grida la vedetta. Sento il cuore colmo di emozione e piango a riveder la terraferma. Nel frattempo il nostromo canta, sulle note di una vecchia chitarra, una ballata tradizionale della nostra terra, Il soldato che partiva. La ballata racconta di un soldato che canta alla sua amata dei versi di preghiera e di conforto la sera prima di partire per la guerra. Mentre le nostre case e le nostre mogli ci attendono, tutti ascoltiamo e tutti cantiamo l’inno dell’uomo che torna dopo la lunga guerra.
 
 
Al mattino partirà la colonna
ed io lasciar dovrò la mia donna
 
Attendimi, amore, io tornerò
attendi, un dì ancor ti bacerò
 
Andremo alla battaglia, vinceremo
ed alla città avita torneremo
 
Attendimi, amore, io tornerò
attendi, un dì ancor ti bacerò
 
Il sole sul gran campo brillerà
e la vittoria al ciel ci leverà

 
 
 
* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
 
“Venite, amici miei, non è troppo tardi per cercare un mondo più nuovo” di Caterina Pasquini
 
In questa frase, estrapolata dalla poesia di Alfred Tennyson, ho individuato almeno cinque linee guida sulle quali poter sviluppare una riflessione.
 
Come primo punto vorrei argomentare sul concetto di tempo; su questa strana convenzione che l’uomo si è dato per misurare lo spazio, ma che tangibilmente non esiste. Questo non è mai stato inequivocabilmente uguale nel dipanarsi nella storia della specie umana. La percezione del valore del tempo che aveva l’uomo primitivo non è la stessa di quella di Ulisse, similmente il concetto dell’eroe omerico è ancor più distante dal nostro; per noi infatti il tempo sembra essere diventato ancor più una compressione fisico-materiale dello spazio, ma un comun denominatore attraversa questo arco temporale ed è il “non è (mai) troppo tardi”. Questa frase suscita in me delle sensazioni, come se l’uomo riuscisse a fermare il tempo, stappandolo per brevi istanti, per poi riavviarlo, accelerando e riuscendo così ad imbrigliarlo governandolo.
 
Come secondo punto vorrei evidenziare il verbo cercare, verbo che evoca il movimento, la curiosità; stimola l’attività sia fisica che mentale, intellettuale, affettiva (sentimenti), familiare (legami) e sociale (politica).
 
Nel concetto di cercare si innesta il cosiddetto mondo nuovo; esso rappresenta il futuro, nasconde perciò qualcosa di inaspettato, misterioso, recondito. La costruzione di esso da parte dell’uomo implica conoscenza, tenacia e perseveranza, ma dietro questo nuovo mondo troviamo anche aspetti inquietanti, che nell’uomo hanno scatenato paure e sconfitte.
 
“Amici miei” suona come un’invocazione accorata; l’amicizia qui assume un valore migliore e superiore rispetto all’amore perché non implica possesso ed è più libera, racchiude condivisione e solidarietà nel percorrere o raggiungere una meta.
 
Da un’invocazione a un imperativo: “venite”. Esso scuote l’uomo sollecitandolo a non accontentarsi, a non rimanere fermi, ad essere coraggiosi; diremmo oggi dinamici e propositivi. In fondo si nasconde la proposta che l’uomo fa a se stesso di continuare questo straordinario viaggio intrapreso nella notte dei tempi.
 
 
* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *

Ringraziamo tutte le ragazze e i ragazzi degli istituti superiori (tantissimi!) che hanno voluto partecipare al concorso: l’appuntamento è al prossimo anno!
 
 
 
 

Rimani aggiornato sulle novità dell'Associazione.

Please leave this field empty.

Contattaci

Scrivi all'Associazione.

Nome

Mail

Oggetto

Please leave this field empty.

messaggio