I due racconti vincitori della I edizione del Premio Letterario “Andrea Maria Frassanito”

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Sono stati numerosi i testi ricevuti per la prima edizione del premio letterario “Andrea Maria Frassanito” rivolto alle scuole superiori, che ha avuto come tema il sottotitolo del festival Ciclopica “Giganti in collina”. Ne abbiamo scelti due che si sono distinti per l’originalità e per la forza narrativa con cui sono stati elaborati.

 

 

PRIMO PREMIO:

GIGANTI IN COLLINA

 

 di Ilaria Anselmi (Liceo Scientifico dell’IISST diOrvieto)

 

La strada era tortuosa e piena di buche, proprio come la ricordava: costeggiata da interminabili file di pioppi, al di là delle quali si estendevano immense pianure che si ricoprivano di grano in primavera. Davanti a loro, c’era solo strada.

La guardava e la vedeva, ancora una volta. Lei era bella. Di quell’autentica bellezza che è davvero tale perché non sa di esserlo; onesta, come la delicatezza dei fiori; fresca, come le ore del mattino; profonda, come la notte e piena come un pensiero improvviso mentre stai facendo altro. Riempiva il suo tempo, fatto di momenti in cui pensava che avrebbe potuto rinunciare al mondo, mentre a lei no, la voleva ogni attimo con sé.

Enrico si sentì fortunato, perché sapeva che sua moglie lo avrebbe accompagnato sempre nel cammino della vita, sarebbe stata sempre al suo fianco. Non era un uomo di grande vedute, non era nemmeno un ottimista convinto, anzi diceva: “Vedila in maniera negativa, cosicché se andrà bene ne sarai sorpreso, se andrà male sarai preparato alla tua delusione.”  Finché non la incontrò…

Il ‘fiore della mia vita’ la chiamava, forse perché per la prima volta la sua esistenza gli era apparsa a colori, si era accorto di avvertire i profumi, aveva voglia di stare all’aria aperta, si sentiva come sbocciato ad una nuova esistenza.

Niente come tornare in un luogo immutato ci fa scoprire quanto siamo cambiati. Enrico e sua moglie avanzano attraverso gli stretti vicoletti in cerca di un po’ di frescura, in quell’afoso pomeriggio d’agosto. La luce del sole, ancora calda, sebbene lievemente affievolita dall’avanzar della sera, si stagliava sui muretti illuminandoli per metà: ombra e luce si alternavano, bramosi di conquistare un proprio spazio. Ne risultava un’interessante combinazione di colori, tanto opposti da completarsi a vicenda: il giorno e la notte, i raggi di sole e i coni d’ombra dei palazzi.

Da sempre desiderava rivivere quelle emozioni con lei. La amava, più di quanto amasse se stesso.

Faceva un passo avanti e poi, come incantato, si fermava. Si fermava a pensare che si cambia di colpo, non è vero che ci vuole tempo, solo che ci si illude di essere gli stessi. Capita a volte, quando la vita ci sorprende e noi non siamo pronti: allora continuare a vivere è come risvegliarsi dopo uno shock improvviso, che fa chiudere gli occhi per un secondo, sospendere il respiro.

Quella cittadina, da cui mancavano davvero da troppo tempo, era ancora la sua vera dimora: i suoi odori, i suoi rumori, la sua semplicità erano il suo rifugio; una mamma pronta ad accoglierlo a braccia aperte ogni qualvolta ne avesse bisogno, ora che nessuno dei suoi figli sembrava avere più tempo da dedicargli.

Aveva parcheggiato la sua vecchia utilitaria giù in piazza, al solito posto: vicino al giardino della chiesa, un posto tranquillo e ombreggiato. Era soddisfatto di sé: era riuscito a guidare per tanto tempo senza avvertire i soliti fastidi alla vista. Finalmente vide in alto, davanti a sé, in cima ad una collina un piccolo boschetto, la loro destinazione; fu sollevato perché la stanchezza cominciava a farsi sentire…forse era vero che non erano più dei ragazzini, ma il sorriso di sua moglie era lo stesso, quello che lo aveva conquistato incatenandolo a lei per sempre, la ragione di quell’ultima “pazzia”, come avevano definito quel viaggio, scettici, i figli.

Il sole cominciava a tramontare. Ogni tanto se ne vedevano i raggi attraversare le foglie degli alberi. I tronchi aggrovigliandosi formavano strani ricami nel cielo azzurro, trapunto di nuvole e uccellini, che sembravano giocare come bambini spensierati, mentre si esibivano nel loro meraviglioso concerto.

Era un luogo meraviglioso: stavano percorrendo un lungo sentiero, ai cui lati si potevano ammirare alberi di tutti i tipi. Quando era ancora un “campagnolo”, ne ricordava i nomi ma ormai lo smog della città gli era entrato nel cervello, o forse era solo la nebbia della vecchiaia. Sui tronchi c’erano alcuni buchi, dove si vedevano entrare ed uscire scoiattoli che trasportavano velocemente le ghiande, probabilmente per la cena. Le foglie degli alberi erano verdi, di un bellissimo verde, simile a quello del mare quando è limpido e pulito.

Intanto il sentiero incominciava ad essere più impegnativo: diventava più stretto e le pietre aumentavano. In lontananza si intravedevano rovi e alti cespugli, illuminati dagli ultimi spicchi di sole; arrivati in quel punto, lei in genere si metteva a correre verso il “suo regno”. La tranquillizzò: ci sarebbero passati pure quella volta, anche perché aveva bisogno di una sosta. Li accolse la voce del ruscello. Aveva ancora un bellissimo colore; si sentivano gracidare le rane che, dapprima sulle ninfee, saltavano in acqua e formavano un cerchio dentro l’altro.

Intanto però il sole calava e la notte arrivava per dominare il cielo, dovevano affrettare il passo.

Tutto d’un tratto Enrico si fermò. Vide davanti a sé le tre querce secolari: i “giganti”, come le chiamavano gli abitanti del paese. Era quella la loro destinazione, il perché del loro lungo viaggio. Apparentemente poteva sembrare un luogo come gli altri, in mezzo alla natura umbra, intriso del profumo del muschio e riscaldato dall’afosa calura estiva. Invece no. E lei lo sapeva bene. La strinse forte a sé, per rivivere insieme il momento del loro primo appuntamento.

E con la sua amata fra le braccia, accasciatosi ai piedi dell’albero centrale, quello sotto al quale aveva avuto il coraggio di prenderle la mano, Enrico chiuse gli occhi. Sentì il rumore della sua risata riecheggiare tra le piante, lo stupore improvviso di un momento inaspettato, i loro sguardi che si incrociavano, il suo cuore palpitante alla vista di tanta bellezza concentrata in un solo corpo.

Alzò lo sguardo e pensò a quanto potessero essere alti quegli alberi… una volta lo sapeva, ma in fondo non aveva più importanza. Osservava filtrare la luce della sera tra le loro chiome e si chiedeva quante cose avessero visto dalla loro altezza. Aveva sempre voluto arrampicarcisi per vedere cosa ci fosse al di là della collina, ma qualcosa lo aveva bloccato. Forse la consapevolezza che un giorno l’avrebbe scoperto, d’altronde quando si è giovani si pensa di avere sempre tempo per far tutto e spesso si preferisce rimandare.

Il loro amore era ancora rinchiuso tra quei tronchi, lo poteva sentire poggiando una mano sulla ruvida corteccia: era come un forte calore che gli trapassava il corpo, diretto al cuore; quel cuore che, tenendola tra le sue braccia, aveva battuto solo per lei.

Era stato quello l’ultimo desiderio di sua moglie: restare lì, tra quegli alberi, dove aveva conosciuto il significato e il valore della vita. Ed Enrico non poté far altro che realizzarlo, per rivedere un’ultima volta il suo sorriso, perché non ci si stanca mai di vederne nascere di nuovi sul viso di chi si ama. Scavò con le mani nella terra umida, che gli finiva sotto le unghie facendogli sempre più male.

E fu così che, dopo aver seppellito le ceneri della moglie sotto i “giganti”, Enrico, esausto, si addormentò. Fu ancora una volta con lei, per sempre.

 

SECONDO PREMIO:

GIGANTI IN COLLINA 

 

di Beatrice Giuli (Liceo Classico Tacito –  Terni)

 

 

Raffiche di vento miste a pioggia intermittente flagellano le possenti mura di Amelia, da millenni i grandi blocchi di pietra, tenuti insieme senza malta cementizia, circondano e proteggono la città e i suoi abitanti. E’ inverno, è freddo, ed ormai è tarda notte. Le viuzze del centro sono deserte e a poco a poco si spengono le luci delle case. Glauco è stanco, ma ancora non va a dormire, deve rileggere degli appunti; per distrarsi un po’ apre la finestra della sua camera e una vampata di aria gelida lo investe; quando sta per richiudere le ante, scorge delle ombre in lontananza. inforca così gli occhiali e rimane allibito da ciò che vede: in fila indiana, gigantesche figure monocoli stanno prendendo posto sulla sommità delle mura…ma chi sono? 

Una voce roboante scuote le tenebre: a parlare è il gigante Bronte che,con i suoi fratelli e le loro ombre, è solito vagare nelle caverne del vulcano Etna da quando Apollo li uccise per vendicare la morte di Asclepio: “Allora siamo tutti, chi manca? Facciamo l’appello: il delegato di Aletrium…presente, di Alba Fucens… presente, di Norba Latina… presente, di Micene… presente, di Hattusas… presente e poi il delegato ospite di Cuzco… presente. Compagni, ci ritroviamo dopo millenni seduti su questi stessi massi che abbiamo tagliato e assemblato uno per uno; ma tutto sembra cambiato da quando eravamo presenti su queste terre l’ultima volta: ci hanno sempre descritto come esseri feroci, dediti solo alla distruzione, invece siamo stati degli eccellenti costruttori ed è proprio grazie alle nostre mura inviolabili che le hanno protette, che le città sono sopravvissute nel corso dei millenni. Voi, ad esempio, Gasterochiri, cosa avete da dire?”

A quel punto, uno dei sette Ciclopi prende la parola: “Già il nostro nome spiega la nostra natura: ventre con  mani ,quindi costruttori. Noi, infatti, ci siamo sempre guadagnati da vivere facendo i muratori; vi ricordate, compagni, quando abbiamo fortificato Tirinto? Che periodo entusiasmante! Ancora mi figuro davanti agli occhi quei blocchi di pietra enormi, levigati, tagliati e assemblati magistralmente. Eravamo veramente degli abili costruttori, che peccato che ci siamo ritirati!

“E tu Polifemo, invece, il più cantato di noi, il più famoso, hai qualcosa da dire?”. Polifemo: “Cosa vuoi che ti dica, tutti mi ricordano contrapponendomi ad Ulisse, la sua curiositas, che l’ha fatto scontrare con me, mi perseguita da allora… Conducevo una vita appartata e isolata in un’orgogliosa e superba autosufficienza: proprio per questo motivo sono stato orribilmente punito ed ancora sto scontando quell’unico peccato che gli dei non perdonano: la hybris.”

Bronte: “Ma Polifemo anche tu hai un cuore o mi sbaglio? Anche tu ti sei innamorato giusto?”

Polifemo: “Oh, povero me! Sono stato sventurato, innamorarmi è stato peggio che conoscere Ulisse… il mio amore “non era da rose, da riccioli o mele, ma una vera follia!”. Io lo avevo desiderato quell’amore, le viscere mi bruciavano, il cuore era impazzito e non mi importava più nulla, ma solo lei, Galatea, avevo nel cuore, ho cantato il mio amore anche sulla riva del mare, e la mia immagine riflessa nell’acqua, il mio corpo irsuto non mi sembrava poi più così mostruoso. E poi mi chiedo: perché per gli uomini, così piccoli e insignificanti, l’amore è facile? Io, forte gigante, non l’ho conquistata e, invece, un semplice pastorello l’ha fatta innamorare. Oh povero! Non dovevi intrometterti, ti ho dovuto uccidere Aci”.

Il ciclope, infuriatosi al ricordare un evento così straziante, si alza in piedi: è come posseduto. Incomincia a battere forte dei pugni sulla sommità delle mura dove prima si era seduto, i suoi compagni cercano di calmarlo, Bronte lo afferra per le braccia, ma lui continua a colpire le mura fino a quando i grossi massi si sbriciolano e ciò che era stato abilmente costruito è trasformato di nuovo in cenere… Un forte boato rimbomba in tutta la città, sono le prime ore del mattino, gli abitanti di Amelia si svegliano di soprassalto, il silenzio che regnava è stato interrotto, lì dove si ergevano le mura ciclopiche da più di 2500 anni si era formata una voragine. Nessun ferito, solo tanta confusione e stupore. Glauco accorre in strada e cerca di capire quello che è successo, ma nessuno ci crederebbe! Un’assemblea di Ciclopi, lì dove proprio loro avevano edificato quelle maestose mura; ma ora dove stavano andando? La luce del giorno aveva cancellato le loro ombre, ma la loro presenza si sentiva, Glauco lo capiva, erano ancora lì, mai avrebbero potuto andarsene: quel luogo apparteneva loro come tutti gli altri in cui avevano dato prova della loro maestria.

 

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